GdS – Lukaku si racconta

Questa mattina la Gazzetta dello Sport apre con una copertina dedicata a Romelu Lukaku, in virtù dell’intervista realizzata da Walter Veltroni e riportata dal quotidiano milanese. L’attaccante belga si racconta partendo dalle sue origini, parla della sua famiglia, fino ad arrivare all’approdo in Italia e all’Inter.

Ecco alcune delle risposte più significative del numero 9 nerazzurro:

-Il primo pallone della sua vita?

“Avevo un anno e mezzo, eravamo in Belgio. Da quel giorno non mi sono mai più separato dal pallone. Così è iniziato il mio amore per il calcio. Papà mi portava, ogni volta che poteva, ai suoi allenamenti. Lui è partito dallo Zaire per giocare a calcio in Belgio, è arrivato nel 1990 e ha militato dieci anni nella loro Serie A”

-Il momento più duro?

“Non posso dimenticarlo. Un giorno, prima di andare a scuola, vidi mia madre fare un gesto che non ho mai più dimenticato. Prendeva il latte rimasto del giorno prima, aggiungeva l’acqua e poi lo riscaldava per darlo a noi bambini. Era la colazione che dovevamo fare io con mio fratello. Ero piccolo, andavo in prima elementare. Aver sofferto, avere visto i sacrifici dei miei genitori mi ha dato tanta forza, sempre. Niente è arrivato facilmente per me. Non ho avuto dei regali, ho conquistato ogni cosa.”

-Cosa ha regalato ai suoi genitori quando ha potuto farlo?

“Una casa. Avevo 16 anni. I primi anni della mia carriera ho lasciato tutti i soldi a mio padre e mia madre. A me bastava giocare a calcio. Era la cosa più bella, non pensavo ad altro (…)”

-Cosa le manca dell’Africa?

“Mi dispiace molto che i miei nonni, che erano rimasti in Zaire, non possano vivere con me in questo momento della mia vita. Mi fa male. Avevo un ottimo rapporto con il papà di mia mamma: è lui che mi ha spinto a fare il calciatore. Un giorno mi disse che tutta la responsabilità della famiglia era sulle mie spalle. E dopo una settimana è morto di cancro alla prostata. Mi manca molto”

-Ricordo un’intervista a Sky in cui lei parlava italiano ben prima di venire in Italia…

“Si, perchè giocare in Serie A era uno dei miei sogni. Mio fratello era nella Lazio e le sue partite le vedevo commentate in italiano. Quando sono arrivato all’Inter capivo tutto, però non parlavo bene. Allora ho chiesto al mister se per due settimana poteva parlare con me solo in italiano. Quando mi sono sentito sicuro ho iniziato e non ho più smesso”

-Lo scudetto è possibile?

“Per me la cosa più importante è parlare in campo, dobbiamo giocare e far bene nei 90′. Fuori dal campo parlo poco, preferisco esprimermi quando gioco. Ma voglio dare tutto quanto posso per far bene, quest’anno. Per far bene all’Inter”

-Che allenatore è Conte?

“Per me è un mentore, un padre, una persona che mi capisce veramente bene. Anche io lo capisco, e gli sono grato della stima che ha sempre avuto per me (…). Per me giocare con lui è veramente realizzare un sogno (…). Dobbiamo migliorare ancora e Conte è l’allenatore giusto per farlo”

-Quanto ha pesato la sconfitta in finale di Europa League?

“E’ stato un momento molto difficile per me . Non ho parlato della partita nei quattro giorni successivi. Però un giorno mi sono svegliato e mi sono dato una ragione (…). Solo soffrendo si migliora. La vittoria è fatica, è carattere, è analisi dei propri limiti. Ma è anche combattività, voglia di riscatto e di successo. Si può perdere, ma solo per imparare a vincere”

-Il giorno più bello e il più brutto della sua vita.

“Il più bello è stato quando è nato mio figlio. Il calcio è importante, ma la vita lo è di più. Il più brutto la morte del papà di mia mamma: lui ci è sempre stato vicino (…).

-Il suo gol più bello.

“Giocavo con l’Everton e segnai al Chelsea nei quarti di finali di Fa Cup nel 2016. E’ un gol di potenza ma anche di tecnica. le mie due caratteristiche. C’era tutto in quel gol. L’anno dopo ne ho segnato uno molto bello anche al City di Guardiola. Un affondo sulla sinistra e un tiro in diagonale. però il gol contro il Chelsea è quello a cui sono più legat0”

-Che cos’è il calcio?

“Umiltà, voglia di lavorare, testa e fame. Avere fame per vincere, lavorare tanto per appagarla, per mangiare il campo. Ogni istante di ogni partita”

 

 

Intervista completa sul quotidiano Gazzetta dello Sport

 

 

Samuele Nava

Mi chiamo Samuele Nava, ho 20 anni e sono uno studente universitario presso la facoltà di Scienze della Comunicazione. Amo il giornalismo in tutte le sue sfaccettature, tanto che da poco più di un anno gestisco un sito personale, samuelenava.com, in cui scrivo articoli e realizzo interviste esclusive a personaggi celebri legati al mondo di sport e spettacolo. Credo nell'importanza dello sport inteso come fatto culturale, materia straordinaria per trasmettere valori sociali. Stimo le persone provocatorie, che dicono quello che pensano senza filtri o convenzioni. Aderisco a questo progetto perché amo le sfide e voglio mettermi alla prova.

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